Nell’embrione proteine anti-tumore

MILANO – L’embrione, almeno in certi momenti ben precisi del suo sviluppo, produce una serie di proteine che sembrano in grado di bloccare le cellule staminali “cattive” responsabili di alcune forme di tumore, spingendole a differenziarsi in una forma non pericolosa.

La scoperta, che apre le porte a un innovativo approccio terapeutico, arriva dopo oltre vent’anni di ricerche eseguite da Pier Mario Biava, un medico del lavoro (è primario all’ospedale di Sesto San Giovanni, vicino a Milano) prestato all’oncologia.

Biava e altri colleghi, fra cui Luigi Frati, preside della facoltà di medicina all’università La Sapienza di Roma, hanno sperimentato su 179 malati di carcinoma al fegato in fase avanzata una miscela di queste proteine a basso peso molecolare, estratte dall’embrione dello Zebrafish (un pesce tropicale).

 

I pazienti, per i quali non era più possibile effettuare altre terapie, sono stati suddivisi in due gruppi:

al primo sono stati somministrati gli estratti embrionali, mentre il secondo gruppo ha ricevuto una terapia conservativa.

Dopo quattro anni, l’analisi dei dati ha mostrato che la terapia con i fattori embrionali era stata in grado di migliorare sensibilmente la sopravvivenza, di indurre una risposta o una regressione della malattia in un paziente su cinque e un arresto della progressione nel 16 per cento dei casi trattati.

La spiegazione di questi risultati positivi va cercata, secondo Biava, nella capacità che le proteine estratte dall’embrione (in termine tecnico, i fattori di differenziazione) hanno di spingere le cellule staminali del tumore a “prendere una strada” diversa, riducendo, o perdendo del tutto, la loro pericolosità.

I risultati della ricerca sono stati appena pubblicati sulla rivista Oncology Research.

Biava ha cominciato i suoi studi, come medico del lavoro, esaminando gli effetti delle sostanze cancerogene sui feti di animali da laboratorio. «Mi ero accorto - racconta - che, in un animale gravido, molte sostanze dannose causavano un tumore nel feto solo se somministrate dopo che i suoi organi si erano formati (cioè dopo la cosiddetta “organogenesi”), ma non prima.

Sembrava insomma che ci fosse qualcosa nel feto che, pur non potendo impedire lo sviluppo di altre malformazioni, riusciva a bloccare l’insorgenza del cancro». Biava e la sua équipe hanno “setacciato” per anni le sostanze presenti nell’embrione dello Zebrafish e di altri animali, selezionando una serie sempre più precisa di proteine che apparivano in grado di possedere un effetto anticancro.

«Siamo poi andati a verificare - aggiunge Biava - se questa particolare miscela di proteine potesse agire anche sulle cellule umane, e abbiamo avuto una sorpresa positiva: l’estratto di embrione di Zebrafish funzionava su almeno otto tipi di tumori umani diversi, e ogni volta, a seconda delle caratteristiche della neoplasia, con meccanismi differenti».

Nel caso dei fattori di differenziazione cellulare, siamo in presenza di una miscela di elementi (tra i quali, probabilmente, anche piccoli frammenti di materiale genetico con funzione regolatoria, i cosiddetti micro RNA) che sono in grado di intervenire su certi enzimi, sulla codifica di alcune proteine, sulla loro trasformazione dopo che sono state sintetizzate, sugli oncogeni, sulla morte cellulare e così via, a seconda delle caratteristiche del tumore e dello stadio della malattia.

E’ per questo che funziona in casi molto diversi, ed è per questo che non ha senso pensare di isolare un singolo principio attivo, come si fa di solito nella farmacologia tradizionale»

 

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sito ufficiale del Dot. Biava



 






Scopri redonda

 

Il cancro e la ricerca del senso perduto
Pier Mario Biava
Springer-Verlag, 2008

 

 

 

di Daria Fago

È un libro prezioso questo di Biava, che unisce una parte scientifica rigorosa e coerente al racconto pienamente umano e profondo di un’intuizione, di una scoperta.

Pier Mario Biava è un medico, ricercatore illustre dell’Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico Multimedica di Milano, che ripercorre le tappe essenziali della sua vita e della sua ricerca, iniziata come psichiatra nei primi centri di salute mentale istituiti con la legge 180, poi come medico del lavoro, a Trieste, pioniere degli studi sulle relazioni tra fattori ambientali e tumori, quando l’amianto nei cantieri navali si respirava senza precauzioni. Infine a Milano, dove le osservazioni del passato diventano ricerca, le ipotesi si trasformano in certezze.

Alla base del suo percorso, la critica verso il modello dominante nella medicina occidentale, medicina deumanizzata-cosificata in un riduzionismo che ha preso il sopravvento su ogni altro tipo di pensiero, che guarda agli organismi viventi come ad un insieme di meccanismi biochimici, in cui ciascuna cellula costituisce un’entità individuale, per cui può essere trattata indipendentemente dal contesto in cui si trova.

Biava ha accolto invece la visione olistica nella quale il tutto caratterizza il contesto che determina il comportamento delle parti e questo lo conduce inevitabilmente ad un discorso filosofico sul cancro, interpretato come patologia della significazione, metafora di un’epoca, la nostra, in cui il male maggiore sembra proprio la perdita di senso, a tutti i livelli.

Si ritrovano nelle sue parole gli echi della psichiatria fenomenologica, inaugurata da Binswanger agli inizi del secolo scorso, per la quale l’uomo non è al mondo come lo sono le cose, ma si “dà” un mondo, un uomo inscindibilmente legato al suo mondo-ambiente, al mondo degli altri, che percorre con quell’intenzionalità che lo caratterizza e che fa sì che non si possa studiare l’esistenza umana con le metodiche oggettivanti proprie delle scienze naturali.

Un mondo che per essere conosciuto ha bisogno non solo di razionalità, ma anche di “volontà e di sentimento”, per cui Biava fa sua la concezione che della conoscenza aveva Steiner, il fondatore dell’antroposofia, come processo che deve condurre il sé all’unità con l’universo.

Il suo viaggio inizia con il racconto dell’intuizione, nell’aria tersa di Trieste, della relazione tra cancerogeni, mutazioni del DNA e malformazioni embrionali che lo portò a scoprire che alla base degli eventi di cancerogenesi dovevano esserci non solo mutazioni ma anche un blocco dei processi di differenziazione cellulare.

Nelle cellule tumorali i programmi di moltiplicazione e differenziazione si rivelavano disaccoppiati, restando attivi solo quelli di moltiplicazione. Nel paziente oncologico si è interrotto un dialogo fra l’individuo e un gruppo di cellule, che fanno parte di un sottosistema in cui i codici di significazione sono cambiati rispetto a quelli con cui tutte le altre cellule differenziate comunicano e che portano ad un’azione distruttiva invece che solidale.

Riprogrammare le cellule maligne piuttosto che ucciderle, convincerle a tornare a funzionare in modo normale oppure a morire, in un progetto di cura che coinvolge l’informazione, elemento fino ad oggi trascurato e che invece è alla base dei sistemi viventi, presente come un ologramma in tutte le loro parti, costantemente informate dalla rete cognitiva che governa il tutto.

In questa ottica il cancro rappresenta la rottura del flusso di informazioni che arriva alle cellule, la rottura della comunicazione fra l’organismo e alcune sue parti, come ristabilire l’ordine?

La risposta è complessa e semplice al tempo stesso, Biava ha scoperto che l’informazione che convince le cellule maligne (che considera alla stregua di staminali mutate) a tornare alla normalità è prodotta dal nostro organismo solo in specifiche circostanze che sono quelle dello sviluppo embrionale. Lì la comunicazione tra le cellule della madre nell’utero (organo di regolazione, non solo un contenitore meccanico) e quelle dell’embrione, induce le cellule staminali a passare dallo stadio di moltiplicazione a quello di differenziazione.

Così il trattamento del cancro ideato consiste nell’identificare, estrarre e ridare le informazioni che le cellule staminali ricevono nell’utero, alle cellule tumorali di un organismo adulto. Così le cellule tumorali passano dallo stadio di moltiplicazione a quello di differenziazione, quindi all’integrazione con il resto del corpo. In alcuni casi di cancro (ne esistono circa un centinaio) questo si è rivelato possibile, sono necessarie altre sperimentazioni.

Biava contesta la visione riduttiva che pensa di poter combattere il cancro concentrandosi su un solo gene, visto che il nostro secolo si annuncia come quello della “epigenetica” piuttosto che della “genetica”, con la scoperta che gran parte del DNA ha in realtà funzioni regolatorie

Possiamo concludere con le parole della bellissima prefazione di Ervin Laszlo: “Il mondo non è un aggregato meccanismo di parti separate e separabili, ma unità organica, una gerarchia in cui il tutto si annida nel tutto…la salute dentro di noi e intorno a noi sono l’espressione dell’integrità e della coerenza dei sistemi che le manifestano. Mantenere o riacquistare la salute significa ristabilire il flusso di informazioni essenziali nel sistema. Questa è la via per guarire il corpo, guarire la società, guarire il pianeta.

 

” Pubblicato da Altrasalute.it a 7:09 PM

 


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